Autoproduzione e rete, il 1 maggio dei festival indipendenti

Usciamo dal silenzio di questi mesi il primo maggio perché questa data è per noi densa di un valore simbolico che vogliamo sia anche una riflessione in questo momento particolare della nostra storia.

I nostri immaginari hanno già visto tutto questo che viviamo: dalla grande epica dell’Eternauta in poi, dove la metafora dell’invasione invisibile era una previsione del fascismo che stava per impossessarsi di quel mondo. Noi abbiamo già vissuto leggendo e disegnando storie di società chiuse, di caste totalitarie e sacche di resistenza che disperate non smettono di lottare. Abbiamo visto deserti e montagne e città multilivello. Ribelli in biciclette riciclate e astronavi scassate ai margini della galassia. E abbiamo visto e conosciamo con chiarezza che la distruzione di questo mondo umano prende il via da quella dell’ambiente, uno sterminio che il capitale determina con freddezza calcolo e brutalità. Il virus è un effetto collaterale di uno stato di cose che sviluppa, e continuerà a sviluppare se non troveremo il modo di fermare questo processo, altre forme di distruzione di massa.

Abbiamo visto che questo virus non ci lascia tutti e tutte sulla stessa barca: la quarantena romantica se la possono permettere dalle loro tenute sempre lo stesso un per cento la cui ricchezza ci impone la nostra quarantena 3×3 metri in una stanza in affitto. Non possiamo aver paura di uscire di toccarci, conoscerci scambiarci: siamo sudore e notti in bianco a lavorare, creare e stampare. La stanchezza non fa per noi siamo sempre pronti a ballare fino al mattino seguente. Non ha molto senso sopravvivere in un mondo in cui libertà e arte sono relegate ai ricordi e all’etere. Sopravvivere non fa per noi. I festival che realizziamo sono ultraluoghi di contaminazione dove le situazioni e le collettività mettono in moto le idee e i processi creativi.

Siamo un’orda di costruttori di immaginari. Non esiste nessun supporto alla sopravvivenza ora per chi lavora in ambiti creativi, siano inventori di opere d’arte o di zine fotocopiate o dalle tecniche di stampa più raffinate. Non esiste supporto perché, mentre noi vediamo e disegniamo tutto, semplicemente siamo fuori dalle orbite del capitale che non vuole e non può vederci. Siamo fuori da ogni obbiettivo. Non siamo una categoria, siamo un mondo che non ha assorbito in silenzio i modelli di vita proposti. Ne abbiamo scavati altri, tra mille difficoltà, fra lavori parrucca e lavoretti, fra lavori sommersi e neri. Ma soprattutto abbiamo deciso di non lavorare se ci era possibile, di progettare autoproduzioni senza editor nè editore.

E abbiamo per questo formato un network, una rete che non è virtuale ma concreta tangibile, fatta di vite che si incontrano e condividono. La rete dei festival dell’autoproduzione, questo circo di nani, freak e mutanti intersezionali, che decidono dei propri corpi e dei propri sessi come del proprio modo di creare le cose. Radicali che vengono da molti margini diversi. Una rete orizzontale, autoconvocata, autogestita, autofinanziata solidale e internazionalista. E ora che il reale ci rigetta ancora di più, costringendoci in separazioni, chiudendoci gli occhi, sentiamo che è il momento di uscire in campo aperto, fare rete per una volta senza nessuna rete di protezione.

I nostri festival quest’anno non sono in grado di essere svolti. Il movimento non è permesso, o sarà molto difficile, il contatto che ci permette di condividere e reinventare non è permesso, lo spazio è contingentato: la medicina che ci indicano per curare i nostri mali continua a produrre altri mali più grandi. E senza questi spazi non esistono le relazioni, nè possono nascere le contaminazioni che sono il compost su cui mettere in moto comunità e processi creativi. Esiste solo il controllo su spazi desertificati su cui restano accesi solo i fari dei social media e delle app di controllo. Ovvero del capitale delle piattaforme, unico vincente globale di questa segregazione. Alcuni dei i nostri festival sono parte integrante dei centri sociali, luogo reale per questa rete, ma non solo. Il Forte Prenestino CSOA, Lo Scugnizzo Liberato, Xm 24, ex-Caserma Liberata, Macao, sono spazi liberi, unici e indispensabili, sono quei posti in cui molti di noi hanno trovato un gruppo, una casa, vissuto esperienze inimmaginabili, gioito e lottato, sono spazi insostituibili e l’unico futuro che ci immaginiamo è un futuro in cui RESISTONO E SI MOLTIPLICANO.

E allora?

Allora dobbiamo trovare altri modi altre forme per riprenderci quello che abbiamo costruito in autonomia, con pazienza e senza chiedere permesso a nessuno. Pensiamo che questa rete possa essere un sostegno concreto a tutti questi progetti politici, autonomi e fatti di figure imprendibili.
Ogni città un presidio per l’autoproduzione, per la nostra storta bellezza. Ogni festival promuove autoeditoria molecolare. Ma questo è il momento di una apertura ancora più ampia, contaminazione, commistione con altre realtà. Realtà singole e collettive, festival, eventi, librai, etichette musicali, schegge vaganti, pazzi solitari. Unire cellule di rivolta immaginaria.
È il momento che questo circo, questo sideshow mutante, proponga un patto per mettere in giro le nostre mangiatrici di spade e matite, i nostri fachiri di puntine da disegno, i nostri contorsionisti dei fogli di carta.

Questo comunicato oggi, apre una finestra e una prospettiva. Vera però. Una pratica. Abbiamo un piano, o almeno l’inizio di un piano. Torniamo presto a raccontarlo, per capire come possiamo farcela e come le nostre invisibili affascinanti merci disegnate torneranno nelle città, nelle strade, sui muri.
Abbiamo bisogno di tutti e tutte.
Battete un colpo sapete come trovarci.

A prestissimo.

LA RETE

AFA
Borda!Fest
Ca.Co.Fest
Crack!
Fortepressa
Olè!
Ratatà
Sputnik
UE’
Zapp!

[ENG]

A HORDE OF IMAGINARY BUILDERS

Let’s get out of the silence of these months on May 1st: this date is dense for us with a symbolic value that we also want to be a reflection on this particular moment in our history.

Our imaginaries have already seen all that we live: from the great epic of the Eternauta onwards, where the metaphor of the invisible invasion was a prediction of the fascism that was about to take possession of the world. We have already lived, by reading and drawing, stories of gated societies, of totalitarian castes and pockets of desperate resistance don’t giving up fighting. We have seen deserts and mountains and multilevel cities. Rebels in recycled bicycles and broken-down spaceships on the edge of the galaxy. And we have seen and we know clearly that the destruction of this human world starts from that of the environment, an extermination that the capital determines with coldness calculation and brutality. The virus is a side effect of a status that is still developing, and will continue to develop, other forms of mass destruction if we don’t find a way to stop this process.

We have seen that this virus does not leave us all and all in the same boat: the romantic quarantine can be afforded in their estates always by the same one percent whose wealth forces our quarantine in a 3×3 mt rented room. We cannot be afraid to go out and touch each other, to know each other: we are sweat and sleepless nights to work, we are creation and print. Fatigue is not for us: we are always ready to dance until the following morning. It doesn’t make much sense to survive in a world where freedom and art are relegated to memories and over the air. Surviving is not for us. The festivals we create are ultra-places of contamination where situations and collectivities set in motion creative ideas and processes.

We are a horde of imaginary builders. There is no support for survival now for those who work in creative fields, whether they are inventors of works of art or of photocopied zines or made with the most refined printing techniques. There is no support because, while we see and draw everything, we are simply out of the standpoint of capital that does not want and cannot see us. We are out of any target. We are not a category, we are a world that has not silently absorbed the proposed life models. We dug others, amid a thousand difficulties, between fake and odd jobs, between submerged and black jobs. But above all we decided not to work at all if it was possible, to design self-productions without editor or publisher.

And for this reasons we have shaped a network, a net that is not virtual but tangible, concrete, made up of lives that meet and share. The network of self-production festivals, this circus of dwarfs, freaks and intersectional mutants, who decide on their bodies and their sexes as their way of creating things. Radicals that come from many different margins. A horizontal, self-convoked, self-managed, self-funded, supportive and internationalist network. And now that reality rejects us even more, forcing us into separations, closing our eyes, we feel that it is time to go out into the open field, to network for once without any protective net.

Our festivals are not able to be held this year. Movement is not allowed, or it will be very difficult, the contact that allows us to share and reinvent is not allowed, space is constrained: the medicine they show us to cure our illness continues to produce other greater illnesses. And without these spaces relationships do not exist, nor is possible for contaminations to arise: this is the compost on which to set communities and creative processes in motion. There is only control over desertificated spaces on which only the headlights of social media and control apps remain on. That is the capital of the platforms, the only global winner of this segregation. Some of our festivals are an integral part of squats, real places for this network, but not just this. The Forte Prenestino CSOA, the Scugnizzo Liberato, Xm 24, the ex-Caserma Liberata, Macao, are free, unique and indispensable spaces, they are those places where many of us have found a group, a home, lived unimaginable experiences, rejoiced and fought, are irreplaceable spaces and the only future we imagine is a future in which they RESIST AND MULTIPLY.

So?

Then we have to find other forms, other ways to take back what we have built independently, with patience and without asking anyone for permission. We think that this network can be a concrete support for all these political projects, autonomous and made up of impregnable figures.
Each city is a garrison for self-production, for our crooked beauty. Each festival promotes molecular self-publishing. But this is the moment of an even wider opening, contamination, mixture with other realities. Individual and collective realities, festivals, events, booksellers, music labels, stray splinters, lonely fools. Joining imaginary revolt cells.
It is time to propose a pact for this circus, this mutant sideshow, to put around our eaters of swords and pencils, our fakirs of thumbtacks, our contortionists of the sheets of paper.

Today we are opening a window and a perspective. Substantial and real though. A practice. We have a plan, or at least the beginning of a plan. Let’s go back soon to tell it, to understand how we can do it and how our invisible fascinating drawn goods will return to the cities, to the streets, on the walls.
We need everyone.
Take a hit you know how to find us.

See you soon.

AFA
Borda!Fest
Ca.Co.Fest
Crack!
Fortepressa
Olè!
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Ancora sui muri di XM24

Originariamente dagli aggiornamenti su Xm24, sotto minaccia di sgombero.

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Ancora sui muri di XM24

Ci risiamo. Ancora una volta si torna a parlare dei muri di XM24, come fossero cosa diversa dalla comunità che lo abita.

Lo strumentale progetto di cohousing presentato dal Comune prevede infatti, su indicazione della Sovrintendenza, «la conservazione delle facciate Nord ed Est senza alterazione delle aperture e mantenimento delle pitture murali esistenti quali espressione di Street Art».

La questione non è una novità. Nel 2013 per salvare l’immobile di Via Fioravanti 24 dal progetto di una rotonda che avrebbe dovuto distruggerlo, Blu dipinge Occupy Mordor, vera e propria “barricata artistica” contro la speculazione. Opera che tanto piaceva a Daniele Ara (presidente del quartiere Navile) che non aveva capito di essere nell’esercito nemico.

Nel 2016, vigilia della scadenza della Convenzione con XM24 (convenzione che il comune non ha voluto rinnovare), in seguito al tentativo della cricca di Roversi Monaco di privatizzare la street art, Blu e la nostra collettività decidono di cancellarlo lasciando un monito: «a Bologna non c’è più Blu e non ci sarà più finchè i magnati magneranno. Per ringraziamenti o lamentele sapete a chi rivolgervi». Evidentemente questa lezione non è bastata.

Dai giornali della scorsa settimana, tra una dichiarazione ostile di Merola e una minaccia di sgombero, prende quota un dibattito a tratti surreale sulla tutela (dell’intero immobile, dei muri), a cui partecipa anche il consigliere della Lega Umberto Bosco. Bosco, a proposito della legittimità di mantenere la raffigurazione di un momento di lotta sulla facciata (il lavoro di Aladin sulla facciata nord), si esprime così: «L’arte e la storia vanno tutelate ed è innegabile, che nel bene e nel male, Xm24 rappresenta un pezzo di storia della Bolognina». Non importa quindi, «nel bene e nel male» di che storia si tratti, basta come giustificazione per mantenere un involucro prettamente estetico che travestirà il cohousing di un’apparenza più underground. Viene così a galla il cortocircuito di questa operazione.

Infatti il vero fulcro del dibattito riguardo alla tutela dei muri è il piccolo, irrilevante dettaglio dei contenuti di quei murales, non adeguati come nuovo simbolo del quartiere hipster che immaginano al posto della Bolognina, e che stonano con l’estetica da selfie&aperitivo che ci sta assediando.
Partendo da un elemento tecnico, una richiesta di tutela, tutto viene fagocitato dall’idea che una bella forma artistica, dipinta su un muro, possa diventare il fondale di una pantomima. Che la street art sia, sostanzialmente, un gentil orpello per abbellire quartieri popolari, fargli prendere quel gusto lì, di finti pallet grezzi e decorazioni simil industriali. Non ci sembra difficile immaginarli a Palazzo d’Accursio a fregarsi le mani: cohousing con elementi di interesse culturale. Wow. Già li vediamo a immaginare i tour della street art in Bolognina, a banchettare sul cadavere della controcultura, da loro stessi massacrata.

Non dimentichiamo che giornali e politici che oggi elogiano la tutela della Sovrintendenza sono gli stessi che ogni giorno condannano tag, scritte e disegni sui muri, gli stessi che considerano un priorità la «pulizia» della città e che augurano severe condanne a chi fa i graffiti. Gli stessi che apprezzano la «street art» solo se ci intravedono un potenziale profitto.

C’è però una realtà evidente: quei pezzi esistono perchè esiste una comunità che li ha fortemente desiderati, voluti, che ne ha scelto i soggetti, il linguaggio, la forma, il contenuto. In un rapporto di scambio continuo fra artiste e artisti chiamati a dipingere e XM24, stretti in modo inscindibile. Non si può separare un’opera di arte urbana dalla comunità che abita quella porzione di città su cui essa insiste e per cui esiste, senza snaturarla del tutto, e renderla un tristissimo fantoccio vuoto.

Invece, il peggio del pensiero sulla street art si mostra qui, nella sua commistione fra perdita di ogni contenuto dell’arte e interessi politico-economici. Come già nel 2016, quando si è ritenuto accettabile, anzi, accademicamente interessante strappare dei pezzi di street art ai luoghi per loro pensati, così oggi si salva la Bella Forma tenendola in loco, ma volendo l’annientamento della comunità che l’ha creata e che l’ha usata per comunicare la propria natura, i propri valori, la propria esistenza.

Non consegneremo al Comune un monumento svuotato dal suo contenuto politico e di lotta. Non ci saranno turisti e passanti che si faranno selfie di fronte al fascio spezzato, ai partigiani dipinti, al ritratto del nostro compagno Francesco Lorusso, e al cane, al topo e al piccione di XM24, e un Lepore o chi per lui a raccontare in modo addomesticato la storia dello Spazio Autogestito che oggi vogliono sgomberare.

Da un lato volete sgomberarci, dall’altro volete rinchiuderci in una teca. Non vi farete belli della nostra storia, della nostra passione, del nostro presente.

Non vi daremo la possibilità di provarci.

Spazio Pubblico Autogestito XM24

Rischio sgombero: Il Nulla è alle porte

Originariamente dagli aggiornamenti su Xm24, sotto minaccia di sgombero, riprendiamo questo comunicato:

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Rischio sgombero: Il Nulla è alle porte

Giovedì 1 Agosto siamo stati nuovamente convocati dalla questura per incontrare l’amministrazione, la chiamata pare sia stata fatta su richiesta del Sindaco. Siamo rimaste molto sorprese da questa convocazione, dopo le dichiarazioni di chiusura delle ultime settimane,ci chiedevamo cosa di nuovo avevano ancora da dirci…

Curios* e forse speranzos* in qualche novità, abbiamo deciso di non sottrarci a quest’ulteriore incontro. E invece, tranne forse la presenza del capo di gabinetto del Sindaco come interlocutore per l’amministrazione, .. nulla di nuovo! Il comune continua a ribadire la sua volontà di rientrare immediatamente in possesso degli spazi di via Fioravanti 24 per realizzare quella cagata pazzesca del cohousing senza proporre alcuna adeguata alternativa per ricollocare XM24 se non quel magazzino temporaneo dove conservare il materiale.

Ancora una volta è solo XM24 a proporre soluzioni reali. Da più di un mese infatti ribadiamo la nostra disponibilità a un trasferimento verso un’alternativa adeguata che garantisca la continuità delle attività. E anche in questa occasione abbiamo (ri)proposto quattro potenziali spazi alternativi, la maggior parte di proprietà pubblica. In uno di questi, direttamente, in tempi certi e senza soluzioni provvisorie, XM24 sarebbe disposto a traslocare evitando così lo sgombero.

La risposta dell’amministrazione alle nostre proposte è stata quanto mai fumosa: nessun impegno per uno spazio definitivo nell’immediato, nessuna mediazione per evitare lo sgombero coatto a cui sembra non vogliano rinunciare. Da parte loro solo un’ostinata dimostrazione di forza per necessità politica e senza alcuna reale urgenza tecnica: avete mai visto iniziare un cantiere ad agosto e senza che progetti definitivi siano stati presentati?

Lo sgombero aprirà una ferita insanabile in città per la vasta comunità di persone che attraversano XM24 ogni giorno e che in mille modi hanno dimostrato solidarietà allo spazio e alle sue forme di vita. Questo sgombero è uno schiaffo alla città antifascista, antirazzista, solidale, alla parte migliore di Bologna. Diciamolo con chiarezza: il Sindaco, questa Amministrazione, il PD, hanno fatto la loro scelta e la responsabilità di questa ferita ricadrà tutta ed esclusivamente su di loro.

Prepariamoci tutte e tutti a una giornata che avremmo voluto non arrivasse mai. Stravolgeremo le loro aspettative e i loro clichè come sempre abbiamo fatto: 17 anni di pazzie non possono essere fraintesi e sarà una risata che li seppellirà. Come il 29 giugno la nostra molteplice natura si esprimerà e chiunque desideri schierarsi potrà trovare il proprio spazio di lotta, con e per XM24 in una giornata di resistenza creativa nella quale sapremo esprimere la nostra irridente follia a chi ci vuol reprimere.

XM24 è nato e cresciuto grazie alla condivisione e alla contaminazione tra singoli individui, collettivi e progetti, creando una rete di relazioni cittadine, nazionali, internazionali e intergalattiche. La nostra comunità, sempre più grande perchè aperta, solidale e creativamente folle, è unita e determinata nell’intento di preservare spazi di libertà e nella battaglia per aprirne di nuovi.

È per questo che resistiamo e resisteremo contro il Nulla che avanza. Quel Nulla che oggi è alle porte.

La nostra storia infinita è quella di chi lotta contro gli oppressori in ogni angolo del mondo: non sarà uno sgombero a fermarci!

Fantàsia Antifascista, Spazio Pubblico Autogestito XM24

L’ANTIFASCISMO NON SI DELEGA, PRONTI AD ALZARE LA TESTA!
..MA SOPRATTUTTO.. MUOVIAMO IL CULO!

  • Cosa fare:
    • TUTTE LE MATTINE, alle 6:00 COLAZIONI RESISTENTI
    • TUTTA la giornata Piscina aperta autogestita
  • Metti il numero di telefono per sapere subito quando arriveranno le guardie: https://xm.bus.pm/
  • QUEL GIORNO accorri nei dintorni di XM e troverai il presidio; portati l’indispensabile per una lunga giornata: acqua, cibo, frutta, grancassa, pentole, travestimenti, glitter accecanti, occhiali da sole e tanta energia per fargliela sudare.
  • Se non puoi essere presente in strada: informati ed informa!

Tutte le informazioni le trovate sulla pagina:
https://www.autistici.org/xm24resiste/
http://www.ecn.org/xm24

 

Linografia e Monotipia – Workshop

Linografia e Monotipia – Workshop

Sabato 25 ore 16.00
con Lara Ottaviani e Alessandra Bincoletto
Offerta libera
Sarà un occasione per approfondire la tecnica del linocut dove ogni partecipante realizzerà il proprio toro. Nella seconda parte del laboratorio esploreremo alcune delle infinite possibilità che la monotipia lascia alla libertà espressiva. Attraverso la condivisione delle esperienze creative di tutti i partecipanti rimetteremo in gioco ogni toro sviluppando, in un lavoro comune, diverse versioni grafiche per la realizzazione di manifesti per Olé festival.

Canti della strada by Dawulia trio

Canti della strada by Dawulia trio

Domenica 26 ore 16.00
Performance musicale e vocale di pianoforte e live electronics (ceci stuck), bandoneon (David Sarnelli) e voce (Wu Ming 2). Testi sul camminare di Wu Ming 2, Dickens e Whitman, tratti dai libri  “Il sentiero degli dei”, “Il Sentiero luminoso” e dall’antologia “La via del sentiero”.  
Rielaborazioni sonore e riarrangiamenti di musiche di Arvo Pärt, Erik Satie, Penguin Cafe Orchestra, Philip Glass.

NO RACISM CUP

NO RACISM CUP
Domenica 26 ore 15.00
Ogni anno in Salento ad agosto si svolge un mundialito di calcio antirazzista: No Racism Cup.
Un progetto che si sviluppa in quattro giorni di campeggio tra sport, musica, cultura e lotta, contro razzismo e ogni forma di discriminazione.
Arrivato alla decima edizione, il collettivo organizzativo ha sentito la necessità di raccontarne la storia. Soprattutto alla luce del fatto che oggi le politiche discriminatorie stanno tornando forti e queste pratiche risultano essere fondamentali “forme di resistenza”.
Raccontare di un decennio di lotte, movimenti sociali, autorganizzazione a cui hanno partecipato tantissime realtà: collettivi, squadre di calcio, rugby, palestre popolari. Un racconto corale che si articola tra sport popolare, pratica politica e cultura underground. 
In appendice le voci di chi, in questo decennio ha partecipato attivamente al progetto, contribuendo a realizzarlo.
Il collettivo che organizza No Racism Cup è un gruppo eterogeneo legato da valori comuni, militanza politica e una forte amicizia. I componenti del collettivo hanno riunito in un progetto, nato a sviluppato nel sud Italia, le pratiche politiche acquisite dai singoli elementi nel corso delle proprie esperienze, in giro per lo stivale o all’estero.
Nei dieci anni che hanno preceduto la stesura di questo libro sono stati tanti i compagni e le compagne provenienti da tutta Italia che si sono spesi perchè il progetto si potesse realizzare. No Racism Cup è il risultato della cooperazione tra diverse realtà. 
Copertina a cura di Be Folko

Presentazione progetto Premio di laurea Francesco Lorusso con CUA Bologna e Red Star Press

Presentazione progetto Premio di laurea Francesco Lorusso con CUA Bologna e Red Star Press

Sabato 25 ore 19.00

 

PREMIO DI LAUREA FRANCESCO LORUSSO

Cos’è?

Il progetto nasce da un’idea della casa editrice Red Star Press e del Collettivo Universitario Autonomo di Bologna per celebrare la memoria di Francesco Lorusso, studente e compagno di Lotta Continua ucciso l’11 marzo del 1977 dalla polizia in via Mascarella (BO).
Ci sembra giusto ribadire come la logica che agisce all’interno dei meccanismi universitari sia del tutto meritocratica ed escludente; le produzione di saperi, la valorizzazione degli spazi di conoscenza e di formazione sono finalizzati alla riproduzione dello stato di cose presenti e le varie riforme di privatizzazione ed aziendalizzazione che si sono date negli ultimi anni non solo negli atenei universitari ma nel sistema scolastico tutto hanno permesso che determinati processi si stabilizzassero in maniera strutturale.
Il nodo della valutazione del sapere è legato a quello dell’agibilità degli spazi di espressione e di critica che nelle aule universitarie vediamo sottrarre da governance e amministrazioni che tentano di poter mettere a silenzio le voci di dissenso e critica. E’ chiaro che sono in netta contrapposizione due modi differenti di immaginare l’università, se da una parte in un continuo soliloquio c’è chi arbitra, giudica e valuta dall’altra c’è chi ancora si mobilita per dare una forma alla propria voce, per potersi determinare anche dal punto di vista del sapere e della conoscenza. Il premio di laurea Francesco Lorusso ha questa intenzione: riuscire a dare forma a questa contrapposizione, per non lasciare che spazi di possibilità possano esserci sottratti e per abitare il nostro sapere confluito nelle tesi di laurea, chiamarlo per nome, sottrarlo al giudizio istituzionale che verifica e giudica a prescindere dalla disciplina, l’ambito, la sezione, l’argomentazione.
Il Premio di laurea F. Lorusso nasce per chiamarle e chiamarci a raccolta, in una non-competizione dove lo scopo è tornare a dare il giusto posto alle nostre riflessioni o studi critici: le lotte.
E’ aperto ai laureati o laureandi, la tesi con cui partecipare può essere stata discussa in qualsiasi disciplina, ma deve riguardare uno o più di questi macrotemi: conflittualità sociale, lotte di liberazione dei popoli oppressi, critica delle istituzioni patriarcali, cultura della resistenza e del movimento operaio.
Le tesi vincitrici verranno pubblicate dalla casa editrice Red Star Press
Che senso ha parlare di memoria storica oggi?
Parlare di memoria storica oggi, nello specifico all’interno degli atenei italiani, non costituisce certamente un mero esercizio di ricerca fine a se stessa ma, al contrario, può rappresentare il punto di avvio per una battaglia che, interrogando il significato di un dato evento – come può essere la morte di Francesco Lorusso – si sviluppa intorno al nodo della sua interpretazione.
La narrazione manipolatoria di un avvenimento storico, infatti, è spesso impostata su più livelli, dal semplice e sterile resoconto di stampo giornalistico, fino alla vera e propria rimozione o rimodulazione della memoria storica, agita dai vari intellettuali del potere disponibili a queste operazioni, quando essa è troppo scomoda per i potentati di turno.
Per contrastare questa realtà delle cose, sapendo che futuri possibili nascono ricostruendo una memoria di parte, pensiamo sia necessario promuovere all’interno delle università italiane, anche attraverso il Premio di laurea Francesco Lorusso, un dibattito che sappia fare emergere il patrimonio collettivo costituito da tutte quelle storie di lotta e militanza  che troppo spesso sono costrette all’oblio da un’organizzazione del sapere che privilegia il punto di vista del potere costituito.

QUALE VALUTAZIONE?

La notizia che riguarda l’abolizione del valore legale del titolo di laurea (il vice-premier Matteo Salvini, nel suo intervento alla scuola di alta formazione politica della Lega, ha infatti affermato che “la scuola e l’università negli ultimi anni sono stati serbatoi elettorali e sindacali”. Per questo, aggiunge il vicepremier, “l’abolizione del valore legale titolo di studio è una questione da affrontare”) pone degli elementi utili ad una discussione attorno al nodo della valutazione, il quale a sua volta si rifa, riflette e si incatena a quello di merito e di eccellenza. Spiegare il concetto di valutazione, comprenderne le sfumature, la direzione in cui tale dispositivo si muove all’interno di quelli che sono i meccanismi del mondo della formazione è un tentativo necessario non solo per poter collocare in maniera ordinata i fenomeni osservabili ma per poter riflettere su quale siano le relazioni di potere che si instaurano su livelli più o meno espliciti. A tal proposito, l’intento di parificare e smantellare il valore legale e paritario del titolo di studio, significherebbe instaurare un processo concorrenziale spietato per cui l’indicatore di competenza del laureato non risalirebbe al percorso di studi effettuato bensì all’ateneo di provenienza. E’ chiaro quindi il processo che si innesterebbe con la distinzione di atenei di serie A contro atenei di serie B, con costi di accesso altissimi per i primi e un allungamento maggiore della distanza tra chi può permettersi un ateneo di alto ranking e chi invece è costretto a ripiegare su atenei meno facoltosi. Il diritto allo studio, l’accesso al welfare universitario vengono messi da parte per concentrarsi su una riforma dell’università neo-liberale in senso strettamente meritocratico, dove il ruolo dell’università come agente di produzione di formazione, alta istruzione e ricerca viene smantellato per costituirsi meccanismo di selezione per un sempre più spietato mondo del lavoro. Il meccanismo valutativo si impone in quanto possibilità da parte del potere di decidere gli orizzonti entro il quale il soggetto si può muovere, definire l’eccellenza secondo canoni che decide il mercato e il capitale: dispositivi selettivi che, in molteplici forme, strutturano l’organizzazione dei corsi di studi, articolano l’intenzione che li dispone sull’orizzonte della formazione di soggettività capitalista, di disciplinati lavoratori (spesso sotto-pagati) nella macchina generale dello sfruttamento delle energie e dei territori. Crediamo fortemente, come collettivo universitario, che riflettere attorno questi temi sia ora più che mai necessario per comprendere in che direzione stanno andando i nostri atenei nei termini di produzione della conoscenza, le relazioni che esprimono questo valore, l’impiego più o meno diffuso di forze che matematizzano la costruzione del sapere, le conseguenze che possono ricadere non solo sulla componente studentesca ma interamente ad ogni attore che si muove nelle aule universitarie all’atto di una abolizione del valore legale del titolo di laurea. Uno spazio di dibattito e dialogo che possa delineare un’orizzonte critico entro cui muoverci e dotarci degli strumenti necessari per saper riconoscere e collocare certi meccanismi all’interno del circuito formativo universitario.
Nella riforma (ancora in corso) dell’università post gelmini e la spinta in senso liberista che le accademie portano in avanti per poter estirpare ogni embrione in termini di espressione di differenzialità che detengono, crediamo sia necessario poter creare degli interstizi, non solo per poterci collocare al loro interno ma per essere in grado di aggredire tali meccanismi, armandoci di un tipo di sapere slegato dal movimento eteronormato di produzione e riproduzione del sapere in quanto capitale.

The Milky Way

The Milky Way il nuovo docu-film di Smk Videofactory per la regia di Luigi D’Alife, già autore di Binxêt – Sotto il confine, è il racconto di un territorio attraversato per millenni da rotte di emigrazione e immigrazione, una frontiera naturale ingannatrice che divideva una unica popolazione montanara.

L’autore ne parla con Smk Videofactory
Venerdì 24 maggio ore 21.30

Le Alpi occidentali sono interessate da millenni da rotte di immigrazione ed emigrazione. La storia più recente ci racconta come, a partire dall’emigrazione italiana del ‘900, questi territori continuino a rappresentare luoghi di passaggio da una parte all’altra della frontiera. Se negli ultimi 200 anni sono stati gli italiani ad attraversare il confine per venire a cercare lavoro in Francia, negli ultimi decenni lo hanno fatto anche i profughi durante la guerra dei Balcani e ora, almeno dal 2015, è una rotta utilizzata anche dai migranti di origine africana. La nuova “rotta alpina” dei migranti di nuovo non ha nulla. Quasi 70 anni fa la chiamavamo “della speranza”. Ora non più. Molti rischiano di morire sulla frontiera. E vi muoiono. I migranti, poco preparati e mal equipaggiati per un’impresa del genere, imboccano i sentieri di notte, sfidando il buio, il freddo e i controlli delle autorità francesi. Nonostante la militarizzazione del confine, una parte non esigua di abitanti delle valli ha deciso di non abbassare la testa e di non girare lo sguardo di fronte a quanto accade lungo i sentieri delle proprie montagne.

The Milky Way vuore raccontare questa storia, per non peerdere la memoria, ma
coltivarla, farla vivere attraverso i gesti concreti, piccoli o grandi che siano, attraverso la solidarietà e la convinzione che nessuno si lascia indietro.
“Sono convinto che è impensabile raccontare luoghi e storie senza conoscerne le radici ed il corso degli eventi – racconta Luigi – Non si tratta solo di ribadire come le rotte migratorie sono sempre esistite nella storia dell’umanità, ma anche come le dinamiche di solidarietà e di mutuo soccorso continuano a sopravvivere ed a manifestarsi, in particolare in un luogo come la montagna, che così come il mare, rappresenta uno spazio in cui ‘nessuno si lascia da solo’.”

TEASER 1 -> https://www.youtube.com/watch?v=IJDg9_WQIpU
TEASER 2 -> https://www.youtube.com/watch?v=RNnzbc19Hvo

Tavola rotonda festival indipendenti

Tavola rotonda festival indipendenti

sabato 25 ore 21.30 palco bar

Di nuovo ci ritroviamo insieme per scambiare, condividere e discutere tra banchi e sedie, ad uno dei tanti festival che ogni anno si svolgono sotto i valori dell’indipendenza e della libera espressione nel mondo della grafica e dell’editoria.

La rete che negli anni si sta costruendo è ampia e tocca diverse città. Ci sembra però interessante parlarne non solo tra di noi, ma con una prospettiva aperta ad altre orecchie e future iniziative, con tutti e tutte coloro che saranno presenti alla tre giorni.

Perciò, sabato sera, in coda alla densa giornata di incontri e presentazioni, proponiamo una tavola alla quale prenderanno parte gli amici e le amiche dei festival presenti ad Olé!

 

(foto di Giacomo Depolo)

Materia Degenere ed Effetti Collaterali-La Fine. Tavola rotonda tra autrici e autori.

Materia Degenere ed Effetti Collaterali-La Fine 
Fumettibrutti, Elena Pagliani e Joe1, autrici della raccolta Materia Degenere edito da Diabolo Edizioni, dialogano con Marcello Acido, 
aka Miglior Editore, autore e self-editor della raccolta Effetti Collaterali- La Fine.
Domenica 26 ore 19.00
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Materia Degenere è una raccolta di racconti. Cinque racconti a fumetti. Cinque racconti di genere in cui i generi hanno subito un processo degenerativo che li ha fatti collassare ed esplodere, li ha frantumati e stravolti, rigenerandoli in un lussureggiante caleidoscopio di personaggi folli, situazioni assurde e trame sincopate. Esperto negromante dell’inverosimile e dell’incerto, Marco Galli è il responsabile di questa anomalia letteraria e fumettistica: l’ha incubata, l’ha coltivata nel suo personalissimo immaginario narrativo, per poi contagiare le cinque giovani autrici che hanno scritto e disegnato queste storie straordinarie. Dal western surreale di Joe1 al thriller melò di Federica Bellomi, dal grottesco body horror di Elena Pagliani al noir satanico di Monica Rossi, fino alla fantascienza erotica di Fumettibrutti, Materia Degenere è la passione stessa per il racconto, oltre il genere.